L’Italia è quartultima in Europa per quanto riguarda il tasso di digitalizzazione. La domanda da porsi è: come pensiamo di sopravvivere nel mondo di oggi?

Quando l’ho letto mi è venuto un nervoso assurdo e non volevo crederci, purtroppo però è la verità. I dati parlano chiaro: secondo l’indice DESI (l’indice di digitalizzazione dell’economia e della società sviluppato dall’Unione Europea) nel 2019 l’Italia era venticinquesima in Europa in quanto a digitalizzazione. Peggio di noi solo la Grecia, la Romania e la Bulgaria.

Scendiamo più nel dettaglio. Per quanto riguarda la diffusione e la copertura delle infrastrutture (cosiddetta “connettività”) il nostro paese in realtà non va male ed è nella media. Il problema vero sorge quando si parla di “capitale umano”, vale a dire competenze digitali delle persone: qui sprofondiamo e siamo addirittura ultimi in Europa! In sintesi: le strutture esistono ma tanti non sanno usarle. Si stima che addirittura il 17% degli italiani, vale a dire circa un italiano su sei, non abbia mai utilizzato internet! Certo, si tratta di dati risalenti al 2019, quindi precedenti alla pandemia, ma io sinceramente non sono così sicuro che le cose siano migliorate più di tanto…

Come è possibile questo medioevo della digitalizzazione?!

Ritengo tutto questo preoccupante e inconcepibile. Non me lo spiego in nessun modo. I computer e internet non sono più una novità: sono beni di massa dall’inizio degli anni ’90, ossia da trent’anni. Trent’anni! Per rendere l’idea: chi oggi ha cinquant’anni all’epoca ne aveva venti. 

Il problema non si limita però a computer e internet: cosa mi dite dei pagamenti con carta? I bancomat esistono dal 1983, ossia da quando in America c’era Ronald Reagan, in Gran Bretagna Margaret Thatcher e in Russia comandava il partito comunista. Sono passati quarant’anni! Ciononostante, al giorno d’oggi ci sono ancora tantissimi (troppi) esercenti che si rifiutano di accettare pagamenti elettronici, benché sia obbligatorio dal primo luglio del 2020.

Questa per me è arretratezza, non la si può chiamare in nessun altro modo. L’Italia in quanto a digitalizzazione è un paese arretrato. Certo, non mancano le isole di eccellenza: ad esempio sono rimasto piacevolmente stupito quando in metro a Milano ho notato che è possibile sbloccare il tornello col bancomat, senza nemmeno dover comprare il biglietto, per poi vedersi l’importo comodamente addebitato sul conto corrente. Non mancano inoltre poli universitari di ricerca che sono molto all’avanguardia in materia. Tuttavia, la realtà media della quotidianità è il sottosviluppo digitale.

L’odio per il progresso

La cosa che mi stupisce non è solo questa arretratezza, ma anche il sentimento che la accompagna. Esiste una vera e propria avversione nei confronti del progresso: i dispositivi digitali, internet, i social e la tecnologia digitale vengono visti da tante persone come il male, un nemico da boicottare, un fattore che ha rovinato i rapporti e la società, un mezzo per controllarci e per truffarci (come se le truffe nel mondo fisico non esistessero).

Ci risiamo, è la solita storia del martello che se usato male può provocarti forti botte e se usato bene può aiutarti a piantare i chiodi. Cari detrattori, volete immaginarvi cosa sarebbe successo durante il covid senza digitalizzazione? I casi sono due: o non avremmo avuto i mezzi per vivere a distanza  e quindi ci saremmo contagiati dieci volte tanto o, volendo preservare le distanze, il mondo del lavoro si sarebbe paralizzato. Non date tutto per scontato: proprio la tecnologia è stata la prima medicina contro la pandemia. 

In generale i mezzi tecnologici se usati bene e con coscienza ci semplificano la vita e la rendono più comoda. Provate a pensare anche a tutte le applicazioni tecnologiche in campo medico e in mille altri campi come hanno fatto progredire la nostra società. Mi sembra davvero di scoprire l’acqua calda…

Cosa succede fuori dal nostro paese in quanto a digitalizzazione?

Nel frattempo Stati Uniti e Cina investono milioni e milioni in infrastrutture digitali e intelligenza artificiale, aprendosi il loro spazio nella leadership mondiale del futuro. L’Italia dal canto suo non è vero che non fa nulla: quante volte si è sentito parlare negli ultimi anni di digitalizzazione della pubblica amministrazione? Tante, e molto si è fatto. Non solo, per incentivare i pagamenti elettronici il governo Conte ha lanciato il cashback, che di fatto equivale a uno sconto del 10% su tutti gli acquisti con carta  fino al raggiungimento dell’importo massimo, attualmente 150 euro che vengono riportati al calduccio e al sicuro nel portafoglio: un’iniziativa da non farsi scappare insomma. Inoltre, l’anno scorso sono state promulgate da parte del Ministero per lo Sviluppo Economico le proposte per una strategia italiana per l’intelligenza artificiale. 

La politica italiana quindi si sta muovendo e non è vero che non fa niente. La politica europea idem. Qual è però poi la realtà dei fatti? In troppi uffici si va ancora avanti con timbri e modulini cartacei (poi parliamo tanto di sostenibilità ambientale) e iniziative come il cashback vengono boicottate al grido di: “Vogliono controllarci!”, come se l’Agenzia delle Entrate non sapesse già tutto sulla nostra vita, morte e miracoli. Cari detrattori del cashback, peggio per voi.

Digitalizzazione: le mie proposte

La situazione così non può andare avanti, a meno che non decidiamo che l’Italia debba persistere nel suo medioevo digitale e rimanere il fanalino di coda in Europa e nel mondo. Non mi sembra la soluzione. Di seguito elenco le mie proposte per un futuro digitale migliore.

1. Cambio di paradigma

La prima cosa da fare è cambiare il punto di vista con cui si affronta il problema. Bisogna abbandonare il concetto di incompetenza digitale sostituendolo col  più efficace e semplice concetto di analfabetismo. Mi spiego meglio. Chi vent’anni fa era in grado di usare il computer veniva giustamente definito tecnologico, con competenze digitali, chi invece non era in grado era definito non molto tecnologico. 

Oggi non può più essere così. Chi sa usare un computer, un telefono o paga con la carta o su internet non è tecnologico, semplicemente sa vivere la quotidianità ordinaria del mondo di oggi. Non fa nulla di tecnologico o straordinario insomma. Al contrario, chi non è in grado di usare i mezzi digitali non è non-tecnologico, bensì è semplicemente analfabeta, non sa né leggere né scrivere. Offensivo? Forse, ma è la realtà. Oggi chi non usa i mezzi digitali non fa altro che autocondannarsi all’analfabetismo. In questo senso l’Italia non è quartultima per digitalizzazione, bensì è quarta in analfabetismo. Gravissimo, non credi? Questo cambio di paradigma è essenziale per capire la portata del problema e capire che va risolto una volta per tutte.

2. Digitalizzazione forzata

Fatta la digitalizzazione bisogna fare i digitali. Se è vero che l’Italia ha un’alta percentuale di analfabetismo, lo stato italiano deve farsi carico del problema. Ecco allora che in prima elementare andrebbe insegnata la materia “digitalizzazione”, esattamente come ai bambini si insegna a leggere e a scrivere. In questo modo per le nuove generazioni si risolve la questione alla radice. 

In secondo luogo andrebbe introdotta una patente digitale obbligatoria che ogni cittadino deve prendere se vuole essere ammesso nel mondo del lavoro, pena la non idoneità all’assunzione. Del resto senza patente di guida non puoi guidare, giusto? Lo stesso dovrebbe essere per il mondo del lavoro se si è analfabeti digitali. Qualsiasi tipo di lavoro, in quanto oggi la digitalizzazione è ovunque.

In terzo luogo chi già lavora, nel pubblico e nel privato, dovrebbe seguire obbligatoriamente dei corsi periodici di aggiornamento digitale incentrati sul proprio ambito professionale, con relativo esame finale, il cui mancato superamento impedisce lo step di carriera ed eventuali aumenti di stipendio.

Infine lo stato dovrebbe erogare dei corsi di digitalizzazione gratuita per quelle fasce di popolazione non digitalizzate che intendono colmare il loro gap di conoscenza.

3. Meccanismo di incentivi e sgravi

La storia è sempre quella: finché non si mette mano al portafoglio è difficile cambiare le cose. Lo stesso vale anche in ambito tecnologico e digitale. Il cashback di cui parlavo sopra, ad esempio, qualche effetto l’ha avuto nell’incentivare l’utilizzo dei pagamenti con carta. Propongo quindi di introdurre altri incentivi simili, ad esempio: aumento della pensione del 5% per i pensionati che effettuano più dell’80% dei pagamenti con carta o online. Un’altra idea può essere quella degli sgravi fiscali, oltre a quelli già esistenti in virtù del Piano Nazionale Industria 4.0: ad esempio si può prevedere una diminuzione delle imposte del 10% per le imprese che incassano oltre il 90% con carte o online shopping, non solo in contesto di covid ma anche poi quando tutto tornerà alla normalità. Ho sparato percentuali a caso, ma è solo per rendere l’idea della direzione da prendere.

4. Meccanismo di segnalazione

Propongo di creare il MESCAP: MEccanismo di Segnalazione di Comportamenti Anti-Progresso. Tramite una specifica app ogni cittadino dovrebbe poter segnalare in modo anonimo l’impresa, il negozio o l’ufficio pubblico che crea dei disservizi a causa di scarsa propensione a digitalizzazione e tecnologia. Ad esempio se un esercente si rifiuta di accettare un pagamento con carta, così come se un un ufficio della PA non apre le PEC perché è abituato solo a leggere le lettere cartacee, il cittadino dovrebbe aver la possibilità di fare una segnalazione. In seguito a tale segnalazione intervengono le autorità con un’ispezione e, se il comportamento è accertato, l’ente privato o pubblico autore della violazione deve pagare una multa proporzionale all’entità della violazione stessa, i cui proventi vanno versati in un fondo per la digitalizzazione della società. È un po’ il principio del “chi rompe paga”.

5. Investire, investire e ancora investire in digitalizzazione

La mia ultima proposta è molto semplice: ogni anno lo stato italiano deve investire milioni di euro in digitalizzazione e intelligenza artificiale. Nessuna spesa è mai troppa in questi ambiti, in quanto si tratta del futuro. Un paese deve investire nel futuro, altrimenti è destinato a rimanere nel passato e a morire, esattamente come una persona deve abbandonare il proprio doloroso passato e deve fare progetti per il futuro se vuole vivere bene. È la stessa identica cosa.

Rivoluzione digitale

Sono stato un po’ drastico con le proposte? Sì, lo ammetto. Del resto non serve fare qualche ritocco qua e là, serve una vera e propria rivoluzione digitale nella cultura. La rivoluzione per definizione impone cambiamenti radicali. Non si tratta solo di essere primi o ultimi in Europa, non è una competizione, bensì è una questione a 360 gradi a livello mondiale. Se l’Italia vuole continuare a essere una potenza globale deve essere al passo con i tempi. 

Da ultimo la tecnologia è utile anche per la sopravvivenza del pianeta. Parliamo tanto di sostenibilità ambientale, poi però per attivare la fornitura di un servizio è obbligatorio nel 90% dei casi firmare un contratto in cartaceo e inviare una raccomandata, aspettando due mesi. Robe da pazzi. Se sfruttassimo la digitalizzazione guadagneremmo tempo e risparmieremmo la vita a migliaia di alberi tagliati inutilmente. Nel nostro piccolo contribuiremmo a salvare il pianeta. 

Spero di averti convinto/a o quanto meno di averti portato/a alla riflessione. Buona giornata e grazie per l’attenzione.

Francesco Saldi

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