La diffusione del coronavirus in Europa sta mettendo a dura prova tutto il nostro continente. L’Unione Europea sta facendo abbastanza per contrastarlo? Da europeista quale sono, ti dico che ho dei seri dubbi a riguardo. Seguimi nelle prossime righe e ti dirò perché.

Cosa vuol dire per me essere europeista

Facciamo una premessa: io sono un grande europeista e chi mi conosce lo sa bene. Essere europeista per me significa voler vivere in un continente dove i diritti dei cittadini europei vengono rispettati. Un diritto fondamentale di ciascun cittadino è il diritto alla salute. Stare bene in salute è il punto di partenza per poter vivere e per poter esercitare tutti gli altri diritti. Spesso, quando stiamo bene, ce ne dimentichiamo e ce ne rendiamo conto solo quando la salute viene a mancare. La diffusione del coronavirus in Europa ci sta dimostrando questo.

L’Europa va criticata quando sbaglia

Ti starai chiedendo, sei europeista quindi per te tutto quello che fa l’Europa va bene? No. Mi sento in dovere di criticare l’Europa quando sbaglia, proprio perché sono europeista e ho a cuore i diritti dei cittadini europei. Vuoi sapere qual è la critica più grande che faccio all’attuale Unione Europea? Secondo me non ha fatto abbastanza per la salute dei cittadini.

L’Europa non può basarsi solo su parametri economici da rispettare: che senso ha avere un continente pieno di regole di bilancio se poi non esistono leggi forti per la tutela della salute dei cittadini? Questo secondo me è un paradosso! La diffusione del coronavirus in Europa ci dimostra che in materia di salute bisogna agire subito!

Andiamo a vedere cosa sta facendo, o non facendo, l’Unione Europea in questi giorni.

Coronavirus in Europa: ci manca Mario Draghi!

Dopo l’esame di maturità, nel luglio del 2012 andai in vacanza a Sharm El Sheikh, in Egitto, con alcuni amici del liceo. Ricordo che passai la maggior parte del tempo a letto con la febbre a 40 dopo aver mangiato non so bene cosa e soltanto verso la fine della settimana riuscii a partecipare a un safari con tanto di giro in cammello e snorkeling tra i coralli.

Ti starai chiedendo, cosa c’entra un viaggio sul Mar Rosso con un articolo sul coronavirus in Europa? C’entra, perché erano dei giorni abbastanza difficili per il continente. Mentre io combattevo con la febbre, l’Europa combatteva con l’instabilità finanziaria. Erano i giorni del cosiddetto “whatever it takes”, quando l’allora presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi disse che avrebbe fatto qualunque cosa (in inglese “whatever it takes” appunto) pur di salvaguardare l’area euro. Non dico che dopo quelle parole mi passò la febbre, dico semplicemente che quelle erano proprio le parole che da giovane cittadino europeo mi aspettavo dal presidente di un’istituzione così importante.


Quasi 8 anni dopo, il 12 marzo 2020, la nuova presidente della BCE Christine Lagarde, al cospetto di un’Europa indebolita dal coronavirus, ha affermato: “Non siamo qui per chiudere gli spread”, come a dire: il destino economico e finanziario dell’Italia non è affar nostro. Risultato? Lo spread è schizzato alle stelle e la borsa italiana ha chiuso in rosso a -16,92%. Poco dopo Lagarde si è corretta, ma la sostanza cambia poco: queste sono le parole che da cittadino europeo non mi aspetto per niente.

Contro il coronavirus in Europa ci vorrebbe qualcosa di più…

La Commissione Europea ha detto che darà all’Italia tutto quello che le serve. Vedremo poi nel dettaglio nei prossimi giorni quali saranno le misure intraprese.
Giudico positivamente questa posizione della Commissione. Solo un elemento mi lascia perplesso: si tratta di una risposta di carattere puramente emergenziale e improvvisata. Personalmente credo che un continente importante come l’Europa non possa farsi trovare impreparato di fronte a eventualità simili.

Propongo pertanto la creazione di un fondo strutturale europeo per le emergenze sanitarie per venire incontro agli stati colpiti da crisi di questo tipo. Servirebbe sia per aiutare l’economia in difficoltà, sia per sostenere i sistemi sanitari laddove sono sul punto di collassare, come in questi giorni in Italia. Di fronte a emergenze simili non ci si può far trovare impreparati: bisogna agire prontamente.

Tante belle parole

Non voglio far la figura di quello che critica e basta. Proprio per questo ho deciso di andare ad approfondire i trattati e le leggi europee per vedere se è vero che l’Europa non fa proprio nulla per noi in materia di sanità, in particolare per contrastare le minacce come il coronavirus. Vuoi sapere la verità? Le leggi, i regolamenti e le decisioni europee in questo campo non mancano! Esiste addirittura un Centro europeo per il controllo e la prevenzione delle malattie. Sulla carta c’è quindi un sistema che prevede sorveglianza e lotta contro le malattie e le minacce per la salute a carattere transfrontaliero. Siamo sicuri che questo sistema stia funzionando nella pratica? Perché non se ne sente mai parlare?

Coronavirus in Europa: la dura realtà

Le leggi europee non sono male. Il problema è che sono diametralmente opposte alla realtà dei fatti. Che cosa è stato messo in atto di tutto ciò per contrastare il coronavirus in Europa? Niente. Io personalmente ho visto solo una serie di azioni scoordinate e di egoismi nazionali. Questo non solo ha impedito all’Europa di prepararsi al coronavirus quando questo era ancora una minaccia lontana, ma ha anche fatto sì che ogni paese abbia agito per conto proprio in tempi diversi, ostacolando qualsiasi prevenzione a livello europeo. Vuoi un esempio? L’Italia ha chiuso le scuole quasi un mese fa, la Francia solo pochi giorni fa. La Spagna ha chiuso bar e ristoranti in un momento successivo rispetto all’Italia. Se tutti gli stati avessero preso gli stessi provvedimenti nello stesso momento, probabilmente il virus avrebbe avuto una diffusione minore.

Propongo pertanto di creare un sistema europeo di prevenzione del contagio. Capiamoci bene: sono d’accordo col fatto che la sanità sia nazionale e/o ragionale e non sia di competenza europea. Tuttavia, per quanto riguarda la prevenzione, dato che viviamo ormai in un mondo globalizzato, non credi che sarebbe opportuno avere un sistema unico di prevenzione? Sarebbe un bene per tutti i cittadini europei. Un tale sistema potrebbe anche prevedere un’equa distribuzione di materiale sanitario tra i paesi europei.

La realtà dei fatti, purtroppo, è molto diversa: alcuni stati, come ad esempio la Germania, hanno inizialmente bloccato l’export di mascherine verso l’Italia. Di fronte a questi comportamenti è lecito chiedersi: oggi, nel 2020, l’Europa esiste?

La chiusura delle frontiere

La Germania e altri stati europei stanno chiudendo le frontiere. La realtà è questa: al coronavirus l’Europa non è in grado di rispondere con una voce unita ma si spezza ancora una volta in una serie di stati divisi tra loro.


Solo un mese fa scrivevo del San Valentino al castello di Spessa che ho passato con Chiara, al confine tra Italia e Slovenia. Nell’articolo parlavo di come grazie all’Europa non esistono più i confini e di come gli italiani e gli sloveni abitano le stesse terre, respirano la stessa aria, sognano sotto lo stesso cielo. Ebbene, oggi non è più così. La Slovenia ha infatti chiuso la frontiera con l’Italia, come se il coronavirus ci avesse portati al secolo scorso. L’articolo che ho scritto un mese fa non vale più.


No, molto probabilmente l’Europa non esiste. Se esiste, esiste solo sulla carta, sui trattati, sui vincoli di bilancio, ma non esiste né lo spirito europeo, né la consapevolezza degli stati europei di avere un unico interesse. Credimi, da europeista quale sono, affermare questo mi rattrista tantissimo. Tuttavia, non posso che giungere a questa conclusione.

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